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Pasqua: festa della rinascita

Mancano pochi giorni a Pasqua e tutto intorno ci ricorda che la primavera è davvero arrivata.

La Pasqua è infatti la prima festa di primavera: la data esatta cambia ogni anno e si calcola in base alla prima luna piena che segue l’equinozio di primavera.

Nelle culture agricole è la festa della terra che si risveglia, che rinasce dopo l’inverno gelido.

Il sole torna a scaldare, i germogli spuntano e si ricominciano a vedere i frutti della natura.

Nelle religioni più arcaiche si trovano diversi miti e credenze che raccontano della primavera che rinasce dopo il ritorno dagli inferi (Vedi “Discesa di Inanna negli inferi” o il mito di Persefone).

Anche nelle religioni moderne la Pasqua è la festa della rinascita.

Nella religione cattolica si festeggia la resurrezione di Cristo che è morto.

Nella religione ebraica si festeggia il passaggio del Mar Rosso, la fuga dall’Egitto verso la terra promessa per una nuova vita.

Una nuova vita che passa dalla sofferenza e dalla morte, una rinascita che è preceduta da un freddo inverno.

Eppure nella cultura occidentale si porta avanti il messaggio che tutto ciò che ha a che fare con il dolore e con la morte vada evitato.

Si ricercano medicine sempre più all’avanguardia per eludere la morte, farmaci che eliminano il dolore e psicofarmaci per cancellare il dolore emotivo.

Si cerca di non parlare di morte, di evitare argomenti che possano provocare dolore e tristezza.

C’è una sorta di tabù nel non stare bene.

Bisogna essere felici a tutti i costi.

O meglio: bisogna mostrarsi felici a tutti i costi.

Andrà tutto bene.

Tuttavia il dolore esiste.

Il dolore fisico è un presupposto necessario alla vita: ci permette di stare lontani dai pericoli e da ciò che porterebbe alla distruzione del nostro corpo.

Le persone che sentono dolore non si rendono conto che sono vivi proprio grazie al dolore.

Infatti le persone che soffrono di insensibilità al dolore (Congenital Insensitivity to Pain with Anhidrosis), non possono sentire il dolore e per questo hanno un’aspettativa di vita estremamente bassa.

Anche dal punto di vista emotivo, il dolore è una delle emozioni di base che ci ha permesso di sopravvivere come specie fino ad oggi.

Le emozioni, tristezza, paura, angoscia, gioia, eccitazione non possono essere evitate.

Possiamo negarle, non parlarne, non mostrarle.

Questo non le cancellerà: le relegherà in un angolo all’ombra della nostra mente a marcire. E si sa cosa succede alla frutta sana che sta accanto ad un frutto, anche piccolo che sta marcendo.

Al contrario, accogliere, ascoltare un’emozione dolorosa, le permetterà di fare il suo percorso, fluire e lasciare il posto ad altre emozioni.

Le persone che sviluppano sintomi patologici o risposte poco funzionali per la loro vita, non sono persone che hanno incontrato necessariamente molto dolore. Sono persone che hanno utilizzato tutte le loro energie per non sentire questo dolore, per non piangerlo, per non attraversarlo, per non mostrarlo e questo si è cristallizzato.

Per usare le parole di un grande della Psicoterapia della Gestalt, Sergio Mazzei “la felicità obbligatoria è il rifiuto del sé, il rifiuto della nostra condizione (…) quando le persone si sentono vuote, si sentono infelici è un bene: paradossalmente almeno si rendono conto di come accidenti stanno”

Accogliere le emozioni cosiddette negative non significa andarsele a cercare.

Significa ascoltare ciò che c’è davvero.

E quando si è a contatto con le proprie emozioni, si può farci qualcosa.

Esiste davvero una primavera senza un inverno?

O se togliamo l’inverno, togliamo anche la primavera?

Se anche la nascita è preceduta dal dolore del travaglio, non ci incuriosisce minimamente conoscere meglio questo dolore anziché tentare in tutti i modi di spegnerlo?

Ci sono un’infinità di studi che mostrano la funzione del dolore durante il parto. Funzione sia fisica, sia psicologica.

Eppure l’epidurale sembra una strada che solo una folle non prenderebbe.

Di quale occasione ci priviamo e quali rischi corriamo, silenziando il dolore?

E quale occasione ci perdiamo, negando in tutti i modi la morte?

La morte è ciò che rende la vita, vita.

Per quanto la medicina possa fare progressi, la morte è comunque inevitabile.

Accogliendola si avrebbe l’occasione di accompagnare ad una morte degna, per chi muore e per chi resta.

Accogliere la morte, significherebbe vivere appieno la vita, eliminando quei fronzoli inutili che ci fanno sprecare il poco tempo che abbiamo.

Accogliere la morte significherebbe darsi l’occasione per chiedersi: cosa sto facendo? cosa non ho fatto? cosa farei se avessi ancora tempo?

Il dottor Giandomenico Bagatin, parlando del suo lavoro di psicoterapia dice: “Più le persone inseguono la felicità e più questa felicità gli sfugge”

Per una nuova rinascita, bisogna passare dai propri inferi, incontrare i propri demoni, accogliere il proprio lato oscuro.

Il dolore non è un’esperienza da accogliere fine a se stessa.

Oltre il Mar Rosso c’è la terra promessa.

Dopo la passione di Cristo, la crocefissione e la morte c’è la resurrezione.

Dopo il travaglio, c’è la nascita di una nuova vita (e di una nuova madre).

Dopo l’inverno, c’è la primavera con i suoi fiori, i suoi germogli e il sole caldo.

Allora non mettiamo sotto il tappeto le fatiche e i dolori che questa pandemia ci ha portato o ha risvegliato.

Non sprechiamo quest’occasione, rendendo inutile tutto il disastro che è stato.

Attraversiamo davvero le nostre sofferenze, perché ci sia una nuova rinascita.

Buona Pasqua a tutti

Dott.ssa Violetta Molteni
Psicoterapeuta dello Staff dei Poliambulatori Arcade

 

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